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News
22 luglio 2009
Le statue del Sacro Monte di Varallo
La Riserva Naturale del Sacro Monte di Varallo sta compiendo un significativo quanto complesso lavoro di restauro delle cappelle del Sacro Monte, Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.
È frequente udire il turista occasionale, il pellegrino devoto o il fedele durante le processioni, ancor più quando vengono aperte le grate, osservare come gli interni delle cappelle del Sacro Monte di Varallo, e soprattutto le statue, non siano in buone condizioni. Viene spontaneo dire: “ma la Riserva, l’ente regionale creato per conservare il Sacro Monte, cosa fa? Le statue sono sporche e malconce, perché non si comincia a pulirle per dare all’insieme un aspetto più decoroso? Bisognerebbe assoldare degli addetti alle pulizie che lavino, spolverino, rimuovano sporcizia e polvere”.

Sembra facile, ma le statue delle cappelle sono malate. I pavimenti sono rovinati. Non basta chi pulisce, ci vuole chi ripari. E occorrono fondi per riparare (cioè restaurare). La Riserva ogni anno fa fare ad un esperto restauratore due giri di controllo ed anche di pulizia vera e propria all’interno delle cappelle, e gli fa realizzare piccoli interventi su quelle necessità nuove o urgenti che emergono durante il controllo e la pulizia. E allora perché le cappelle non migliorano?
Le cappelle sono migliorate, potremmo rispondere. Chi ripensa a dieci-dodici anni fa o scorre foto di allora non può non accorgersi che la pulizia e il decoro sono decisamente migliorati. Prima c’erano foglie secche, monete tirate dai pellegrini (pericolose per le statue), ragnatele in quantità, e capitava di trovare dentro le cappelle anche resti di piccoli animali morti. Oggi i pavimenti sono puliti, le ragnatele non penzolano più come una volta, anche le monete sono quasi scomparse. Le vetrate sono generalmente pulite. Non è migliorata però in modo vistoso la pulizia delle statue. Ma c’è un motivo.

Le sculture sono state tutte ridipinte nel tempo una o anche più volte, perché il colore sulla loro superficie è fragile. Per coprire i buchi provocati dalla caduta di colore nei secoli scorsi si chiamava spesso un decoratore o un imbianchino a ridipingerle e a rinnovarne l’aspetto con vernici più o meno collose e rilucenti (sono state trovate diffuse tracce di cera, di gommalacca, ma anche di flatting). Questi materiali, sovrapposti al colore originale, si sono alterati facendolo arricciare e sollevare. Hanno assorbito sudiciume e polvere rendendo difficile conservare un aspetto decoroso alle figure senza ricorrere ad interventi drastici. Lo notava a fine Ottocento lo scultore Della Vedova, incaricato di restaurare le statue della cappella della “Salita al Calvario”, che non trovava altro rimedio che rimuovere completamente il colore dalle statue (salvando, per fortuna il colore antico sui volti, forse meno ridipinti) e poi ridipingerle.

Ora non si lavora più così. Sappiamo che famosi artisti quali Gaudenzio Ferrari e Giovanni d’Enrico (insieme ai fratelli Tanzio e Merlchiorre), hanno colorato le loro statue e le hanno dipinte con la stessa gamma di colori utilizzata per le figure dipinte sulle pareti delle stesse cappelle, così da ingannare l’occhio dello spettatore che quasi non distingueva le figure dipinte e quelle scolpite. Ed allora oggi, restaurando, la Riserva Naturale del Sacro Monte di Varallo non si permette di raschiare via il colore originale di Gaudenzio (anche se coperto da brutti strati soprastanti). È questa la ragione per cui le statue sembrano sporche.

Il restauratore che entra due volte l’anno nelle cappelle e spolvera con un pennellino o un piumino le statue, proprio come si fa a casa per togliere la polvere, mantiene belle e pulite le statue restaurate da poco, ma non sfiora neppure quelle in cui il colore è sollevato (e anche intriso di polvere), per evitare che cada in pezzi e si perda. Anche l’uso di acqua o solventi che possono rilasciare umidità, è vivamente sconsigliato in una realtà umida come il Sacro Monte, e porterebbe alla crescita di microrganismi dannosi (muffe, licheni, batteri).

Non ci sono soluzioni facili e miracolose. Occorre programmare un intervento di restauro che prima fissi, consolidi il colore in superficie perché non cada, e poi proceda con la pulitura e il restauro vero e proprio. Rimuovere la polvere non è un’operazione semplice (ed economica) come può apparire. Le statue sono più di ottocento. Vanno programmati i restauri e reperiti i fondi necessari. Come sta facendo la Riserva Naturale del Sacro Monte di Varallo ricorrendo, oltre che ai finanziamenti pubblici, anche a fondi di fondazioni bancarie e di sponsor. È un lavoro lungo che con il sostegno anche dei privati potrebbe procedere più spedito. Nel frattempo, per consolarci, possiamo rileggere le descrizioni dei vescovi che visitavano il Sacro Monte nei secoli scorsi, conservate nell’Archivio diocesano di Novara.

Il vescovo Volpi nel 1628 lo percorre e controlla per intero. Erano i tempi in cui il complesso era ancora in costruzione, distanti solo una ventina d’anni dai grandi lavori fatti fare dal vescovo Bascapè (morto nel 1615) a cui dobbiamo la realizzazione e decorazione di più di dodici di cappelle. La precedente visita vescovile (del cardinal Taverna) risaliva al 1617.
Volpi trova il Monte nel 1628 in uno stato che oggi definiremmo di semiabbandono, con l’umidità che diffusamente “guasta le statue, et pitture” e pavimenti e “muri rotti”, ma anche – come scrive raccomandando di porvi rimedio – vede vetrate “lordissime” e dentro le cappelle “sterchi de’ sorci”, rami secchi, foglie e “immondizia grande” dappertutto. L’impressione è che, nonostante tutto, il Sacro Monte sia più curato oggi.

Sito ufficiale della Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte di Varallo

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